La città
Alla scoperta di Castrum Inui
Castrum Inui
Secondo la leggenda Castrum Inui fu fondata da Latino Silvio, figlio di Ascanio
e nipote di Enea, 1300 anni prima di Cristo. L'insediamento era posto sotto la
protezione di Inuo, figlio di Venere e di Giove, protettore della fertilità dei
campi.
Una Fortezza d'Inuo è citata anche nel VI Canto dell'Eneide. Altre fonti
antiche parlano di Castrum Inui come città portuale, poi abbandonata in epoca
imperiale per una qualche insalubrità dei luoghi, dove sorgeva un importante
santuario internazionale noto come Aphrodisium, dedicato alla Venere Afrodite,
dea dell'amore e della fertilità nata dal mare e madre di Inuo-Priapo.
Il Nibby,nel secolo scorso, vide la villa Priapi, assimilabile al luogo chiamato Priapo
in Ardea, noto ai biografi pontefici, per aver dato i natali a Papa Leone V.
L'antica Castrum Inui è molto probabilmente da indicarsi proprio alle foci del
fiume Incastro, emissario del lago di Nemi, luogo sacro ove approdò Danae,
principessa argiva fondatrice di Ardea.
Il sito archeologico
Gli scavi alla foce del fiume Incastro sono iniziati nel 1998 e sono ancora in corso.
Le strutture rinvenute sono davvero impressionanti per estensione, complessità ed interesse
scientifico.
I reperti attestano la presenza di un insediamento urbano numericamente consistente ed
organizzato che si avvaleva di grandi cisterne per la riserva idrica, era dotato di impianto
termale, di elaborati meccanismi murali e numerosi mosaici.
Il sito oggi offre delle vedute
spettacolari: un labirinto di stanze, corridoi, condotte di scarico, verande, forni, cisterne
ed ogni tipo di costruzione. Vari stili dei pavimenti, dal mosaico a tessere grandi a quello
con tessere molto piccole, dallo spigato al cocciopesto. Il luogo fu certamente abitato
dal IV-III secolo a.C. fino al III secolo d.C.. Le parti più antiche sono caratterizzate da
strutture imponenti realizzate con blocchi di tufo molto grandi. Questi manufatti sono stati
inglobati nelle costruzioni successive, che si sovrappongono e intersecano tra loro. Con il
passare dei secoli le ristrutturazioni diventano meno raffinate e realizzate prevalentemente
riutilizzando il materiale esistente. Ad un certo punto tutta l'area fu probabilmente sommersa
dal mare fino al primo piano. E' in questa fase che, probabilmente, i tetti crollarono, ipotesi
che nasce dall'aver trovato conchiglie marine sui pavimenti, concrezioni di cirripedi sugli
stucchi colorati e soffitti crollati lasciando intatti i pavimenti sottostanti.
L'assenza di
corpi e suppellettili fa pensare che l'evento (geologico, sismico o climatico) sia stato in
qualche modo atteso, progressivo o graduale. Non è ancora chiaro se, quando le acque si
ritirarono, ci fu un successivo ripopolamento, oppure se il sito sia definitivamente finito
nell'oblio, sepolto progressivamente dalla sabbia e usato solo come ricovero occasionale dai
pescatori. Ad inizio del 1900, secondo quanto si raccontava negli ambienti dei vecchi pescatori
e dei tombaroli, l'area era interamente insabbiata, ma dal fiume era possibile attraccare con le
barche sulle antiche costruzioni ed accedere a quelli che venivano identificati come cunicoli,
da cui attingere statue, stucchi colorati, pezzi di mosaico, anfore, vasi e tesori vari.
L'Associazione Informare ed il sito archeologico:
una storia iniziata nel 1995
L'Associazione Informare nasce nel 1994, ed è composta quasi esclusivamente da giornalisti che
decidono di divenire editori di se stessi. Nel 1995 l'associazione inizia a richiamare
l'attenzione pubblica sul sito archeologico alla foce del fiume Incastro, sito non riconosciuto,
non recintato, oggetto di decennali scavi clandestini e di continue mire cementificatrici.
E' l'aprile del 1995, sul nostro periodico "dossier informare" pubblichiamo le rivelazioni di ex
tombaroli, con un elenco dettagliato dei reperti a loro dire rinvenuti e rivenduti sul mercato
nero nazionale ed internazionale nel corso degli anni. Contestualmente apriamo un canale
informativo con le autorità preposte ed iniziamo una serie di ricerche d'archivio.
L'atteggiamento dell'allora responsabile di zona della Soprintendenza rimaneva però fermo
sulle proprie posizioni: l'area risulta di scarso interesse archeologico.
L'amministrazione comunale, dopo mesi di pressioni da parte nostra, apre un dialogo con la
Soprintendenza e ne scaturiscono una serie di sopralluoghi sul sito archeologico e, con il
coinvolgimento delle associazioni culturali territoriali, viene organizzata unna campagna
di pulizia ad opera di volontari. La nostra associazione aderisce con entusiasmo.
Dopo l'ondata iniziale di cospicue presenze di alcune associazioni locali, la fatica ed i sabati
da sacrificare tra i rovi per completare l'operazione hanno determinato una progressiva defezione
della manodopera volontaria. Nel giro un paio di mesi eravamo rimasti solo noi di Informare e
l'impagabile osservatore inviato dalla Soprintendenza, il fotografo Antonio Solazzi che, sia
per passione, sia perché colpito dalla nostra ostinazione ed amore per questo sito, anche lui,
rastrello alla mano sabato dopo sabato, ha trascorso più di un anno con noi alla foce
dell'Incastro.
Chiediamo quindi la collaborazione del Consorzio di Bonifica di Pratica di Mare che, mettendoci
a disposizione gratuitamente uomini e mezzi, porta via tonnellate di rifiuti ingombranti
abbandonati fin dentro il sito archeologico.
Nel frattempo, sul versante burocratico cercavamo di ottenere che il comune acquisisse l'area
(che gli spettava da una lottizzazione) e che la Soprintendenza la vincolasse, in modo da poter
recintare il sito e bloccare in questo modo le persistenti incursioni dei tombaroli, che
continuavano a scoprire nuove strutture. Le pratiche di acquisizione iniziano e la
Soprintendenza ci promette, in quella fase, che estenderà un piccolo vincolo esistente
rendendolo ampio e ferreo. I nostri sommozzatori, intanto, cercavano (purtroppo senza esito
positivo) le strutture archeologiche anche in mare, con una serie di immersioni effettuate a
varie distanze dalla foce dell'Incastro. Dopo quasi un anno di articoli (e lavori di pulizia)
in ambienti politici comincia a palesarsi un vecchio progetto che prevedeva la realizzazione
di un porto con costruzioni annesse, proprio in corrispondenza del sito archeologico. A questo
punto cade l'amministrazione in carica ed il commissario reggente pro tempore ci informa che
le pratiche di acquisizione non sono ultimate, né ultimabili a breve, per sopraggiunti problemi
di regolarità della lottizzazione da cui venivano ceduti i terreni. La Soprintendenza ci comunica
che per estendere il vincolo ci sono alcuni problemi. E' il luglio del 1996. Raccogliamo tutti
gli elementi in nostro possesso in una corposo dossier che trasmettiamo al Ministero degli
Interni e a quello dei Beni Culturali, chiedendo il vincolo dell'area, la tutela del sito, già
depredato dai tombaroli e parzialmente distrutto dall'edificazione circostante, al recinzione,
l'apertura di scavi archeologici ufficiali.
Il nostro plico stimola due interrogazioni parlamentari. I ministeri trasmettono al Prefetto e
alle Forze dell'Ordine, il Prefetto trasmette al commissario, il quale riapre i fascicoli ed
esamina gli incartamenti. Si giunge ad uno scontro molto duro, ma sul nostro periodico dossier
informare, continuiamo a pubblicare con forza i nostri appelli per salvare il sito archeologico ...
ed è colpo di scena.
Si scopre che il vincolo archeologico c'è sempre stato, posto nel 1980, si era semplicemente
smarrito per aver erroneamente riportato le particelle vincolate come parte del comune di Pomezia.
Il comune di Ardea, nel frattempo, acquisisce l'area, trovando il modo burocratico di procedere
anche nonostante le difformità della lottizzazione, al fine comunque di tutelare la zona
archeologica.
Il Dr. Di Mario, dopo aver provveduto alla recinzione del sito, decide di effettuare degli
scavi per verificarne l'importanza. È la prima volta in assoluto che la Soprintendenza
effettua uno scavo alla foce dell' Incastro, e sono passati ben 16 anni dall'ultima volta che
gli archeologi hanno operato su Ardea. Da quel momento in poi gli scavi, gli studi e i restauri
non si sono più fermati, coinvolgendo archeologi, geologi e vulcanologi di fama nazionale.
Si è parlato di Ardea e del Castrum Inui in importanti convegni scientifici ed in prestigiose
pubblicazioni specializzate.
Il Castrum Inui di Ardea è divenuto uno dei siti archeologici più importanti del litorale a
sud di Roma, un po' grazie alla nostra caparbietà, e molto grazie alla estrema professionalità
e dedizione al lavoro del dr. Francesco Di Mario.
Le visite guidate del 2005 e 2006 coronano degnamente 10 anni di storia di questo sito
archeologico, suggellandola con l'unico elemento ancora mancante: la conoscenza e l'affetto
dei cittadini che hanno il privilegio di ospitarlo nel proprio territorio.