Alla scoperta di Castrum Inui


Castrum Inui

Secondo la leggenda Castrum Inui fu fondata da Latino Silvio, figlio di Ascanio e nipote di Enea, 1300 anni prima di Cristo. L'insediamento era posto sotto la protezione di Inuo, figlio di Venere e di Giove, protettore della fertilità dei campi.
Una Fortezza d'Inuo è citata anche nel VI Canto dell'Eneide. Altre fonti antiche parlano di Castrum Inui come città portuale, poi abbandonata in epoca imperiale per una qualche insalubrità dei luoghi, dove sorgeva un importante santuario internazionale noto come Aphrodisium, dedicato alla Venere Afrodite, dea dell'amore e della fertilità nata dal mare e madre di Inuo-Priapo.
Il Nibby,nel secolo scorso, vide la villa Priapi, assimilabile al luogo chiamato Priapo in Ardea, noto ai biografi pontefici, per aver dato i natali a Papa Leone V. L'antica Castrum Inui è molto probabilmente da indicarsi proprio alle foci del fiume Incastro, emissario del lago di Nemi, luogo sacro ove approdò Danae, principessa argiva fondatrice di Ardea.

Inuo
Inuo, dal verbo ineo pertinente la penetrazione, la fecondazione, è l'equivalente di Priapo, spesso assimilato a Pan, Lyceo, Lupercus, Dionisio e Fauno.
Foto panoramica del Castrum Inui
Priapo nasce da Venere sedotta da Giove. Giunone (la moglie di Giove), gelosa, tocca il ventre di Venere incinta e maledice il nascituro causandone la deformità sessuale. Amato dalle donne come propiziatore di fertilità, viene esiliato da Lampsasco, sua città natale, per volere dei mariti gelosi. Gli dei intervengono ed una grave malattia colpisce il sesso di tutti gli uomini e per placarla Priapo viene richiamato in patria e venerato come dio dei giardini, incaricato di tener lontano i ladri e il malocchio, e di propiziare la fecondità dell'orto. Il culto di Priapo si diffonde in Italia intorno al III secolo a.c. e piacque ai pastori che nel gran fallo del piccolo Dio vedevano buoni auspici per la fertilità dei campi.
L'asino era l'animale consacrato a Priapo. Pan è un caprone col volto umano, insidia le ninfe per possederle, è il dio della fertilità, dei boschi, protettore dei campi, degli ulivi e del vino, è rappresentato con uno strumento musicale ricavato dalle canne acquatiche in cui fu tramutata Siringa, una delle ninfe che tentò di possedere.
Pan aveva il potere di suscitare il "panico" (grande terrore), presiedeva al sonno che i pastori si concedevano all'ora di mezzogiorno, e poteva, con i sogni, rivelare il futuro o creare incubi terribili.
Fauno è identificato con Inuo come protettore dei raccolti e degli armenti, in più ha facoltà di oracolo (l'antro di Fauno si trova a Pomezia). Successivamente si fonde con il dio Pan e con il Luperco dei romani. Priapo, Pan e Dioniso, sono divinità venerate e rappresentate attraverso il fallo. Inuo-Priapo si manifestava benigno ogni anno, intorno al 10 di Agosto, con una pioggia del suo seme fecondatore dal cielo, a garanzia di un ricco raccolto per l'anno successivo. Questo sciame meteorico annuale, è oggi noto come "lacrime di San Lorenzo".
Curiosamente i luoghi connessi con il culto arcaico di Inuo, Priapo, Pan e Fauno, presentano anche una prossimità con il toponimo "Lorenzo" e con una antica chiesa dedicata a San Lorenzo. Forse l'associazione è arcaica, infatti la divinità etrusca, poi acquisita dai romani, Larenta, un tempo Madre Terra, poi sacra prostituta protettrice dei plebei e della fertilità dei campi, era assimilata proprio a Fauno e Lupesco, quasi a costituirne la controparte femminile. Tor San Lorenzo non fa eccezione, con l'antica chiesa del X secolo (adiacente la Torre).

Il sito archeologico
Gli scavi alla foce del fiume Incastro sono iniziati nel 1998 e sono ancora in corso. Le strutture rinvenute sono davvero impressionanti per estensione, complessità ed interesse scientifico. I reperti attestano la presenza di un insediamento urbano numericamente consistente ed organizzato che si avvaleva di grandi cisterne per la riserva idrica, era dotato di impianto termale, di elaborati meccanismi murali e numerosi mosaici.
Il sito oggi offre delle vedute spettacolari: un labirinto di stanze, corridoi, condotte di scarico, verande, forni, cisterne ed ogni tipo di costruzione. Vari stili dei pavimenti, dal mosaico a tessere grandi a quello con tessere molto piccole, dallo spigato al cocciopesto. Il luogo fu certamente abitato dal IV-III secolo a.C. fino al III secolo d.C.. Le parti più antiche sono caratterizzate da strutture imponenti realizzate con blocchi di tufo molto grandi. Questi manufatti sono stati inglobati nelle costruzioni successive, che si sovrappongono e intersecano tra loro. Con il passare dei secoli le ristrutturazioni diventano meno raffinate e realizzate prevalentemente riutilizzando il materiale esistente. Ad un certo punto tutta l'area fu probabilmente sommersa dal mare fino al primo piano. E' in questa fase che, probabilmente, i tetti crollarono, ipotesi che nasce dall'aver trovato conchiglie marine sui pavimenti, concrezioni di cirripedi sugli stucchi colorati e soffitti crollati lasciando intatti i pavimenti sottostanti.
L'assenza di corpi e suppellettili fa pensare che l'evento (geologico, sismico o climatico) sia stato in qualche modo atteso, progressivo o graduale. Non è ancora chiaro se, quando le acque si ritirarono, ci fu un successivo ripopolamento, oppure se il sito sia definitivamente finito nell'oblio, sepolto progressivamente dalla sabbia e usato solo come ricovero occasionale dai pescatori. Ad inizio del 1900, secondo quanto si raccontava negli ambienti dei vecchi pescatori e dei tombaroli, l'area era interamente insabbiata, ma dal fiume era possibile attraccare con le barche sulle antiche costruzioni ed accedere a quelli che venivano identificati come cunicoli, da cui attingere statue, stucchi colorati, pezzi di mosaico, anfore, vasi e tesori vari.

L'Associazione Informare ed il sito archeologico: una storia iniziata nel 1995
L'Associazione Informare nasce nel 1994, ed è composta quasi esclusivamente da giornalisti che decidono di divenire editori di se stessi. Nel 1995 l'associazione inizia a richiamare l'attenzione pubblica sul sito archeologico alla foce del fiume Incastro, sito non riconosciuto, non recintato, oggetto di decennali scavi clandestini e di continue mire cementificatrici.
E' l'aprile del 1995, sul nostro periodico "dossier informare" pubblichiamo le rivelazioni di ex tombaroli, con un elenco dettagliato dei reperti a loro dire rinvenuti e rivenduti sul mercato nero nazionale ed internazionale nel corso degli anni. Contestualmente apriamo un canale informativo con le autorità preposte ed iniziamo una serie di ricerche d'archivio. L'atteggiamento dell'allora responsabile di zona della Soprintendenza rimaneva però fermo sulle proprie posizioni: l'area risulta di scarso interesse archeologico.
L'amministrazione comunale, dopo mesi di pressioni da parte nostra, apre un dialogo con la Soprintendenza e ne scaturiscono una serie di sopralluoghi sul sito archeologico e, con il coinvolgimento delle associazioni culturali territoriali, viene organizzata unna campagna di pulizia ad opera di volontari. La nostra associazione aderisce con entusiasmo.
Dopo l'ondata iniziale di cospicue presenze di alcune associazioni locali, la fatica ed i sabati da sacrificare tra i rovi per completare l'operazione hanno determinato una progressiva defezione della manodopera volontaria. Nel giro un paio di mesi eravamo rimasti solo noi di Informare e l'impagabile osservatore inviato dalla Soprintendenza, il fotografo Antonio Solazzi che, sia per passione, sia perché colpito dalla nostra ostinazione ed amore per questo sito, anche lui, rastrello alla mano sabato dopo sabato, ha trascorso più di un anno con noi alla foce dell'Incastro. Chiediamo quindi la collaborazione del Consorzio di Bonifica di Pratica di Mare che, mettendoci a disposizione gratuitamente uomini e mezzi, porta via tonnellate di rifiuti ingombranti abbandonati fin dentro il sito archeologico.
Nel frattempo, sul versante burocratico cercavamo di ottenere che il comune acquisisse l'area (che gli spettava da una lottizzazione) e che la Soprintendenza la vincolasse, in modo da poter recintare il sito e bloccare in questo modo le persistenti incursioni dei tombaroli, che continuavano a scoprire nuove strutture. Le pratiche di acquisizione iniziano e la Soprintendenza ci promette, in quella fase, che estenderà un piccolo vincolo esistente rendendolo ampio e ferreo. I nostri sommozzatori, intanto, cercavano (purtroppo senza esito positivo) le strutture archeologiche anche in mare, con una serie di immersioni effettuate a varie distanze dalla foce dell'Incastro. Dopo quasi un anno di articoli (e lavori di pulizia) in ambienti politici comincia a palesarsi un vecchio progetto che prevedeva la realizzazione di un porto con costruzioni annesse, proprio in corrispondenza del sito archeologico. A questo punto cade l'amministrazione in carica ed il commissario reggente pro tempore ci informa che le pratiche di acquisizione non sono ultimate, né ultimabili a breve, per sopraggiunti problemi di regolarità della lottizzazione da cui venivano ceduti i terreni. La Soprintendenza ci comunica che per estendere il vincolo ci sono alcuni problemi. E' il luglio del 1996. Raccogliamo tutti gli elementi in nostro possesso in una corposo dossier che trasmettiamo al Ministero degli Interni e a quello dei Beni Culturali, chiedendo il vincolo dell'area, la tutela del sito, già depredato dai tombaroli e parzialmente distrutto dall'edificazione circostante, al recinzione, l'apertura di scavi archeologici ufficiali.
Il nostro plico stimola due interrogazioni parlamentari. I ministeri trasmettono al Prefetto e alle Forze dell'Ordine, il Prefetto trasmette al commissario, il quale riapre i fascicoli ed esamina gli incartamenti. Si giunge ad uno scontro molto duro, ma sul nostro periodico dossier informare, continuiamo a pubblicare con forza i nostri appelli per salvare il sito archeologico ... ed è colpo di scena.
Si scopre che il vincolo archeologico c'è sempre stato, posto nel 1980, si era semplicemente smarrito per aver erroneamente riportato le particelle vincolate come parte del comune di Pomezia. Il comune di Ardea, nel frattempo, acquisisce l'area, trovando il modo burocratico di procedere anche nonostante le difformità della lottizzazione, al fine comunque di tutelare la zona archeologica. Il Dr. Di Mario, dopo aver provveduto alla recinzione del sito, decide di effettuare degli scavi per verificarne l'importanza. È la prima volta in assoluto che la Soprintendenza effettua uno scavo alla foce dell' Incastro, e sono passati ben 16 anni dall'ultima volta che gli archeologi hanno operato su Ardea. Da quel momento in poi gli scavi, gli studi e i restauri non si sono più fermati, coinvolgendo archeologi, geologi e vulcanologi di fama nazionale. Si è parlato di Ardea e del Castrum Inui in importanti convegni scientifici ed in prestigiose pubblicazioni specializzate.
Il Castrum Inui di Ardea è divenuto uno dei siti archeologici più importanti del litorale a sud di Roma, un po' grazie alla nostra caparbietà, e molto grazie alla estrema professionalità e dedizione al lavoro del dr. Francesco Di Mario.
Le visite guidate del 2005 e 2006 coronano degnamente 10 anni di storia di questo sito archeologico, suggellandola con l'unico elemento ancora mancante: la conoscenza e l'affetto dei cittadini che hanno il privilegio di ospitarlo nel proprio territorio.

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